Storie di soldati: La piastrina ritrovata di Giovanni Belotti da San Giovanni Bianco

Giovanni era nato nella frazione Bosco Fuori di San Giovanni Bianco, da una povera famiglia di contadini.
Quarto di nove figli, fu l’unico che potè studiare, giungendo alla IV^ ginnasio.
Fu comunque costretto, per le necessità della famiglia, a cercare lavoro e, come tanti altri giovani dell’epoca, emigrò con regolare passaporto. Chiamato alle armi nel 1938, non si presentò proprio perché residente all’estero e, pertanto, venne dichiarato renitente. Venuto a sapere del fatto, rientrò in Italia e si presentò spontaneamente ai Carabinieri, per cui la sua renitenza venne cancellata.
Il 20 marzo 1940 fu nuovamente richiamato ed assegnato al 75^ Reggimento Fanteria. Dopo un lungo periodo di istruzioni venne destinato al fronte greco-albanese e così, il 19 marzo 1941, si imbarcò a Bari per Durazzo. Trasferito al 4^ Reggimento Fanteria, rimase in Albania fino al 5 ottobre di quell’anno; in tale data, infatti, fu fatto rientrare in patria poichè era stata accettata la sua domanda di passare nell’Arma dei Carabinieri.
Per qualche mese frequentò la Scuola Allievi Carabinieri di Roma, dopodiché fu assegnato alla Legione Carabinieri Reali di Livorno.



Giovanni Belotti, neocarabiniere a Roma (1942).

In data 30 marzo 1942 tutta la sua compagnia venne aggregata al CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e così Giovanni dovette partire per la Russia senza nemmeno poter usufruire di una breve licenza per rivedere e salutare i suoi cari.
Giunto sul fronte russo, venne destinato alla 66^ Sezione motorizzata Carabinieri Reali a disposizione dell’8^ Corpo d’Armata.
Giovanni seppe distinguersi sin da subito, tant’è che ricevette un Encomio dal Comando poichè in più occasioni aveva dimostrato di possedere ottime qualità militari, ardimento ed elevato spirito di sacrificio ed abnegazione.





Estratto completo del ruolo matricolare di Giovanni Belotti, con l'iscrizione, nella seconda pagina, dell'encomio attribuitogli.


La 66^ Sezione CC.RR., comandata dal Sottotenente Attilio Boldoni, fu tragicamente coinvolta quando, a partire dal 19 dicembre 1942, dovette iniziare la ritirata da Mikhailov, dove si trovava in quel momento. Incalzata dai russi, subì un duro attacco a Werchanjakowaki e venne completamente dispersa dopo un ulteriore attacco tra Popwka ed Arbusov (soprannominata la Valle della Morte) sulle alture della riva sinistra del fiume Tichaja.



Schema del contrattacco russo dicembre 1942-gennaio 1943: in ovale è indicata la città di Bobruisk.



Arbusov, la Valle della Morte, dopo la battaglia (immagine scattata dopo il disgelo).



Mezzi italiani e tedeschi abbandonati nei dintorni di Bobruisk (immagine scattata dopo il disgelo).

I nostri soldati, ormai rimasti senza alcun riferimento, continuarono ad arretrare: nella regione di Tambov e, più precisamente, nelle steppe di Bobruisk ed Uciostoje, moltissimi vennero catturati ed internati nei locali campi di prigionia.
Tra i prigionieri c’era anche Giovanni, quasi certamente caricato su un treno che aveva come stazione di scarico Hobotovo, a nord di Miciurinsk. Da qui, una marcia nella neve lo portò al Campo n. 56 di Bobruisk (anche se le indicazioni, in Italia, fanno riferimento alla cittadina di Uciostoje che si trova nei pressi).



Ubicazione dei campi di prigionia in Russia: l’ovale indica la regione di Bobruisk-Uciostoje.

Quel campo, aperto nel gennaio del 1943, venne fatto chiudere, dietro pressioni della Croce Rossa Internazionale, alla fine di aprile dello stesso anno per le disumane condizioni in cui venivano tenuti i prigionieri. Basti pensare che in tre mesi vi morirono 4344 soldati, pari all’80% di quelli ivi rinchiusi.
L’11 aprile Giovanni morì per le privazioni cui era stato sottoposto e il suo corpo, come quello di tanti altri sventurati suoi compagni, fu sepolto in una fossa comune, scavata molto superficialmente a causa del duro terreno gelato.
Qui, nel 2014, la sua piastrina è stata ritrovata da un Maggiore in pensione dell’Aviazione russa; questo ex ufficiale fa parte di un’organizzazione appoggiata dal Governo centrale ed ha lo scopo di recuperare cimeli storici risalenti alla seconda guerra mondiale.



La piastrina di Giovanni (a sinistra), fotografata pochi giorni dopo la scoperta nel 2014.

Molti piccoli reperti, specie se si tratta di oggetti personali come le piastrine, vengono poi ceduti ad associazioni locali, che provvedono ad informare la sede centrale di Mosca, da tempo in contatto con la nostra UNIRR (Unione Nazionale Italiana Reduci dalla Russia).
L’UNIRR organizza con una certa frequenza dei viaggi sui luoghi dove combatterono i nostri soldati e, in una di tali occasioni, Edoardo Chiappafreddo, della Sezione di Roma, è entrato fortunosamente in possesso della piastrina del nostro Giovanni. Sono stati così presi contatti dapprima con il Comune di San Giovanni Bianco e, successivamente, con Giovanni Belotti, residente ad Almenno San Bartolomeo, nipote del carabiniere caduto e che porta lo stesso nome dello zio.



Comunicazione ufficiale riguardante la morte di Giovanni Belotti.

Grazie all’interessamento del Presidente della Sezione Combattenti e Reduci di Almenno San Bartolomeo e del sindaco Gianni Brioschi, il 4 novembre 2015, in occasione della commemorazione dei caduti di tutte le guerre, si è tenuta la cerimonia ufficiale nel Municipio di Almenno San Bartolomeo, nel corso della quale la piastrina è stata consegnata al nipote Giovanni che la conserva gelosamente, con il solo rammarico che non ci sia più il suo papà, morto anni orsono senza aver mai potuto avere precise notizie sul fratello disperso in Russia.



La piastrina del carabiniere Giovanni Belotti, inquadrettata per la cerimonia di donazione al nipote.

Nota: Ringraziamo il sig. Giovanni Belotti per averci fornito preziosi documenti ed informazioni dal suo archivio personale.