Storie di soldati

Carminati Pietro da Brembilla, conte e cavaliere

di Rinaldo Monella, pubblicata il 15/04/2020

Quando andavamo a scuola e ci facevano “studiare la Storia”, le pagine dei testi erano piene di nomi famosi: Carlo Magno, Napoleone Bonaparte, i Visconti e gli Sforza, Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Cavour… Questi personaggi occupavano la nostra attenzione, e tanto bastava per le interrogazioni o i compiti in classe.

Facciamo ora un salto di parecchi decenni. Da quando abbiamo iniziato ad analizzare il materiale e le documentazioni per questo sito è subito emerso che, collegata più o meno direttamente a quei nomi famosi, vi è tutta una miriade di persone sconosciute che, con i loro piccoli o grandi contributi, hanno permesso, da una parte, ai grandi personaggi di diventare tali e, dall’altra, alla Storia di venire scritta come oggi la conosciamo. Ebbene, chi direbbe che, più di mille anni fa, un oscuro ed umile soldato sarebbe sceso dalla Val Brembilla per arruolarsi nell’esercito di un “vescovo-conte” e poi portarsi in Spagna a combattere i saraceni? E che il suo valore di soldato sarebbe stato talmente elevato da ottenere un’investitura papale?

Ecco, anche lui ha contribuito a “fare la Storia”. Parliamo di Pietro Carminati, nato a Brembilla intorno all’anno 960. Di lui ha scritto padre Donato Calvi, monaco agostiniano vissuto nel XVII secolo (Bergamo, 11 novembre 1613 - 6 marzo 1678) ed autore di importanti testi di storia bergamasca quali le “Effemeridi sacro profane di quanto di memorabile sia successo a Bergamo” (in tre volumi, 1676).



padre Donato Calvi, monaco agostiniano bergamasco del XVII secolo.



Copertina del volume “Campidoglio de Guerrieri et altri illustri personaggi di Bergamo”, pubblicato nel 1668 dalla stamperia di Francesco Vigone.

Nella sua opera “Campidoglio de Guerrieri et altri illustri personaggi di Bergamo” (1668), il Donati scrive testualmente: “Sarebbero perpetuamente rimaste sotto le ceneri del silentio sepolte le degne memorie di questo nobil guerriere se non antichissimo pergameno stato per secoli confinato ad esser esca della polvere non n’havesse le scintille risvegliato”.

Votato all’arte militare, Pietro si mise al servizio del “re” Veremondo (Varmondo o Warmondo), già vescovo-conte di Ivrea e che aveva deciso di contribuire a fermare in Spagna l’avanzata dei saraceni, comandati dal principe Almanzor.



Veremondo, vescovo di Ivrea e mecenate di Pietro Carminati.

Questo vescovo, della nobile famiglia Arborei di Gattinara, divenne famoso per le scomuniche che lanciò contro Arduino d’Ivrea ed anche perchè, con abili stratagemmi, ottenne dall’imperatore Ottone III le facoltà di amministrare la giustizia, riscuotere tributi ed arruolare truppe locali per mobilitarle. Veremondo mandò pertanto un’intera guarnigione in Spagna in aiuto alla lega cristiana che si era formata tra il re di Leon Alfonso V, il re di Navarra Sancho III Garcés il Grande ed il conte di Castiglia Garcia Fernandez.

    

Due dei protagonisti della lega cristiana spagnola contro Almanzor: Alfonso V del Leon a sinistra e Sancho III Garcés di Navarra a destra.

Dice ancora il Donati a proposito del guerriero bergamasco: “…insegnò a’ barbari nemici della fede quanto possa un braccio unitamente maneggiato dalla pietà e dalla bravura, e benché avesse occasione di deplorar la perdita di tutto il Regno di Leon, distruzione di Compostela e total rovina di Sagri templi ch’al impero dell’empio e inhumano Almanzor andavan per terra…”.

Nel 998, infatti, il principe saraceno, noto ai cristiani con il nome di Almanzor ma che, in realtà, si chiamava Muhammad ibn Abi Amir –colui che è reso vincitore da Dio- (Algeciras 13 gennaio 938 – Medinaceli 11 agosto 1002) intraprese una vasta operazione volta alla conquista delle regioni a nord della Spagna, lui che era già reggente del califfo omayyade di el-Andalus, Hisham II e responsabile militare e politico del Califfato di Cordoba. Sotto di lui la Spagna mussulmana raggiunse la massima espansione e, per diversi anni, fu ritenuto invincibile.



Il principe saraceno Almanzor.



La moschea di Cordoba, fatta costruire dal principe Almanzor.

Il suo esercito, formato principalmente da soldati di tribù arabe, berberi della zona di Ceuta e cristiani mercenari attratti dal’ottima paga, ebbe la meglio su una prima lega formata dai nobili spagnoli Ramiro III, re di Leon, Garcia Fernandez, conte di Castiglia e Sancho Abarca, re di Navarra. Le più famose battaglie furono quelle di Zamora (981), Barcellona (985), Coimbra (987), Sahagun (988), Santiago de Compostela (997), Pamplona (999) e San Millan de la Cogolla (1002).



Le principali campagne di guerra di Almanzor nei riguardi degli stati al nord della Spagna.

E proprio in quest’ultimo periodo si innesta la presenza del nostro soldato brembillese. Raggiunta la massima espansione, il regno di Almanzor cominciò a vacillare, probabilmente a causa del peggiorare delle condizioni di salute del principe arabo. Lo scontro decisivo avvenne nei pressi del villaggio di Calatanazor. Scrive ancora Donati: “Come s’aggirasse il brando del Carminati in questo formidabile conflitto, pensilo, che si raffigura un Leone adirato fra le più fiere Belve”.



La battaglia di Calatanazor (azulejos conservati in Piazza di Spagna a Siviglia).

La sconfitta di Almanzor fu definitiva e la lega cristiana catturò 70.000 soldati a piedi e 40.000 a cavallo. Lo stesso principe morì quell’anno a Medinaceli.

Terminata la campagna di guerra e ristabilite le monarchie nei vari regni spagnoli, il nostro soldato rientrò in Italia. L’anno seguente e, più precisamente il 16 maggio 1003, a Roma venne eletto papa Giovanni XVII, la cui nomina fu fortemente voluta dalla nobile e potente famiglia Crescenzi. Questo papa, al secolo Siccone Secco (pare imparentato con l’antica famiglia Secco d’Aragona), resse il soglio pontificio per pochi mesi, in quanto morì il 6 novembre dello stesso anno.



Papa Giovanni XVII, che insignì Pietro Carminati dei privilegi di conte e cavaliere.

Ciononostante, in tale breve lasso di tempo, come scrive ancora Donati: “per le degne azioni di questo soldato il pontefice Giovanni XVII, asceso al trono di Pietro nell’anno 1003, lo nominò conte e cavaliere, con espressa facoltà di trasmettere ai suoi successori tutti li privilegi, indulti ed esenzioni che ne derivavano”. “Anzi, nei meriti del padre il papa comunicò le sue grazie al di lui figlio Giacomo, canonico di Bergamo, dandogli la facoltà di poter succedere nel Vescovato di Bergamo”.

Il medesimo pontefice, poco tempo prima di morire, nominò Pietro Carminati Vicario pontificio di Bergamo. Una storia, questa, che ha dell’incredibile ma che vede, come semplice e valoroso protagonista, un soldato della stirpe bergamasca, vissuto oltre mille anni orsono.