Storie di soldati

Rapizza Riccardo da Morengo: artigliere da trincea



Cartolina d’epoca sulla quale un anonimo mittente scrisse di pugno una riflessione ancora oggi più che mai valida e toccante.

La decisione di pubblicare le “Storie di soldati”, in un certo senso, è stata una conseguenza della creazione di questo sito nel quale la maggioranza dei nominativi si riferisce a semplici, spesso oscuri soldati le cui gesta di guerra non sono mai approdate sulle testate dei giornali nè hanno costituito il corpo narrativo di libri o pubblicazioni dedicate.
Soldati che, semplicemente, hanno obbedito alle superiori chiamate alle armi e che hanno lasciato le loro famiglie, molto spesso in condizioni economiche disagiate, per servire la patria.



In famiglia, si legge una lettera dal fronte….



…ed al fronte si legge la posta giunta da casa.

Sono partiti senza sapere il perchè nè dove sarebbero andati, ma non per questo si sono sottratti al loro dovere. E proprio qui sta il nocciolo della motivazione, vale a dire la straordinarietà del momento. Sì, perché l’esperienza di una guerra non fa parte dell’ordinarietà della vita in quanto si affrontano quotidianamente sacrifici, privazioni, pericoli di ogni genere; è una porzione di esistenza che lascerà poi tracce profonde ed indelebili, così nel fisico come nella mente, tracce quasi sempre legate al dolore, con ripercussioni tali che, come molti di noi ormai sanno, i reduci non hanno mai amato ricordare le loro vicissitudini belliche, quanto meno per un certo periodo dopo il loro congedo, mentre poi il ricordo si stemperava con l’avanzare dell’età.
Ricordare le storie di questi uomini è un dovere ed un monito per le generazioni attuali e future. Contestualmente, poichè “Combattenti Bergamaschi” spazia in venti secoli di storia, cerchiamo gradatamente di esplorare tali storie nei più disparati conflitti, molti dei quali non sono assurti agli onori delle cronache.
La cosiddetta “Guerra italo-turca”, combattuta tra il 1911 ed il 1912 con lunghi strascichi fino al 1930, ne è un tipico esempio.



Riccardo Rapizza al fronte.

Il soldato di cui ci occupiamo questa volta è Riccardo Rapizza, figlio di Luigi e De Agostini Clotilde, nato a Morengo l’11 aprile 1891, di professione “sensale”, non decorato al valor militare, non ferito nè invalido, di buona salute dal primo all’ultimo giorno di guerra, ma che in sei anni di lodevole servizio ha fornito un tassello che, su grande scala, si incastra perfettamente nell’andamento e nell’esito di due guerre molto vicine l’una all’altra.
Superata positivamente la visita di leva del 17 marzo 1911, venne chiamato alle armi il successivo 29 ottobre ed inquadrato nel 5^ Reggimento Artiglieria da Campagna, un reparto di cannoni di piccolo e medio calibro che operava in appoggio alla Fanteria, la regina delle battaglie.
Destinato al fronte libico, dove la guerra contro gli arabo-turchi era iniziata da diversi mesi, il 9 aprile 1912 si imbarcò a Napoli e, dopo l’arrivo a Tripoli, fu assegnato al 7^ Artiglieria dislocato a Zuara.

Questo conflitto, seppur breve, in un certo senso fu il precursore della Prima Guerra Mondiale in quanto fu il teatro di applicazione di diversi progressi tecnologici nell’arte militare e che qui vogliamo brevemente ricordare:



Dirigibile della Regia Marina nei pressi di Tripoli.



Giulio Gavotti, protagonista del primo bombardamento aereo della storia militare.



Così venne ricordata, in Italia, l’impresa di Gavotti.

     

A sinistra: Guglielmo Marconi (al centro) e Luigi Sacco (a destra) stendono un’antenna a filo sulla sabbia – A destra: una stazione radiotelegrafica cammellata.

     

Autovettura blindo-corazzata Fiat Arsenale 2 e motocicletta SIAMT.

Ebbene, in questo contesto di transizione tra la guerra alla vecchia maniera tipo risorgimentale e la nascente guerra tecnologica, il nostro Riccardo ebbe il suo battesimo di fuoco nella battaglia di Zanzur (detta anche di Sidi Abdul Jalil). Questo fatto d’arme avvenne l’8 giugno 1912 lungo la strada carovaniera fra Tripoli ed il villaggio dell’oasi di Zanzur, dove le batterie di artiglieria da campagna, allertate via radio da alcuni spericolati piloti circa le posizioni del nemico, contribuirono efficacemente al positivo esito dell’azione, colpendo con tiri precisi il sistema di trinceramento arabo-turco, composto da camminamenti profondi oltre 2m ed intercalati da ricoveri blindati.



Un momento della battaglia di Zanzur.



Artiglieria italiana in azione a copertura dell’avanzata dei fanti.

Pochi giorni dopo, il 16 giugno, il reparto degli artiglieri fu di nuovo protagonista in quella che venne chiamata l’Occupazione di Misurata (16 giugno - 8 luglio 1912). Questa cittadina costiera era diventata una vera e propria base di contrabbando armi, effettuato via mare dalla Turchia per alimentare la resistenza all’Italia. Fondamentale fu l’apporto congiunto dei dirigibili, degli aerei e delle comunicazioni radio, cui si aggiunse uno dei primi sbarchi di marinai (alla maniera dei moderni marines) ivi trasportati dalle basi intorno a Tripoli tramite alcuni bastimenti civili da carico.



Marinai italiani appena sbarcati a Misurata.

Le nostre truppe, giunte nei pressi della costa in località Bu Sceifa, usufruirono del sostanziale supporto della Regia Nave Re Umberto che, con un serrato fuoco di sbarramento, permise lo sbarco a soldati, cannoni, carrette, dromedari e muli, colpendo senza sosta le postazioni arabe mimetizzate dietro le dune retrostanti la spiaggia.



La Regia Nave Re Umberto che, con intenso fuoco di sbarramento, consentì un rapido sbarco delle nostre truppe a Misurata.

Terminato lo sbarco ebbe inizio la nostra avanzata che si concretizzò, grazie anche ai precisi tiri dei nostri artiglieri, ormai avvezzi alle segnalazioni aeree via radio circa le posizioni del nemico, con la successiva occupazione di Gasr-Ahmed, Ras Zarrugh e, infine, di Misurata, sul cui castello venne issato, l’8 luglio, il tricolore italiano.



Il tricolore italiano issato sul forte Gargamesh.

Ricordiamo che l’intera zona fu militarmente occupata dai nostri soldati fino all’agosto del 1915 quando, essendosi drasticamente ridotti i rinforzi a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, tutta la Tripolitania venne gradualmente abbandonata.
Comunque, già dal 10 gennaio 1914, il reparto del nostro artigliere fu rimpatriato ed a Riccardo venne assegnata la medaglia commemorativa della guerra, con relativo brevetto.



Medaglia commemorativa della Guerra italo-turca.

Trasferito al 6^ Reggimento Artiglieria, con sede a Vigevano, fu poi congedato. Ma, per lui, l’esperienza da combattente non era ancora giunta all’epilogo.

Nell’imminenza della guerra contro l’Austria, il 12 aprile 1915 ricevette la cartolina di richiamo alle armi: altro doloroso distacco dalla famiglia, con l’ordine di presentarsi al 27^ Reggimento Artiglieria da Campagna. Giunto al fronte venne assegnato al 1^ Reggimento Artiglieria da Fortezza, reparto che utilizzava cannoni ben più grandi e potenti di quelli con cui aveva avuto a che fare in Libia.



Batteria dell’Artiglieria da Fortezza in postazione.

Ma questa era un altro tipo di guerra, fatta di posizioni stabili, reticolati insuperabili e trincee ravvicinate che rendevano molto difficile il contatto diretto con il nemico. Nell’autunno del 1915, sulla base di esperienze osservative in altri fronti, il Regio Esercito decise la costituzione del Corpo dei Bombardieri del Re (detto anche Artiglieria da Trincea).



Cartolina ricordo dei Bombardieri del Re.

Ma perchè?
Le strategie difensive delle controparti, come sopra accennato, trattandosi di una guerra essenzialmente di posizione facevano ricorso, oltre ad un gran numero di trincee, ad interminabili distese di reticolati di filo spinato il cui superamento era oltremodo difficoltoso ed esponeva i soldati a grandi rischi senza peraltro ottenere risultati tangibili: tranciafili, tubi esplosivi con gelatina, arpioni collegato a mezzi da traino e colpi di artiglieria si rivelarono inefficaci.



Taglio dei reticolati sotto il fuoco nemico.



Soldati che si arrendono per l’impossibilità a superare i reticolati.



Fermato per sempre dal filo spinato.

Ed ecco la bombarda, una specie di obice a corta gittata, in grado non solo di creare passaggi tra il filo spinato ma anche di colpire il nemico nascosto e riparato nelle vicine trincee o dietro ostacoli naturali. Nel paese trentino di Susegana venne così costituita la Scuola dei Bombardieri del Re.
Riccardo, per la sua provata esperienza ed abilità acquisite in Libia, fu scelto dal suo comandante di compagnia per il corso di bombardiere, cui fu avviato nel settembre 1915.



La Scuola Bombardieri di Susegana.



Addestramento degli allievi bombardieri.

Il corso durò sei mesi e, il 28 marzo 1916, con il suo nuovo brevetto, il neo bombardiere fu inquadrato nel 10^ Raggruppamento Bombardieri.
Iniziò così, per lui, un lungo periodo di combattimenti che lo videro sempre in prima linea anche perchè, essendo molto corta la gittata della nuova arma, la postazione era obbligatoriamente avanzata e vicinissima al nemico che, tra l’altro, era dotato di armi analoghe.

     

Postazione di bombarda sul Carso e soldati addetti al trasporto dei relativi proiettili.




Bombarda mod. 58 fotografata sul fronte del Piave da soldati austriaci.

In questo inferno Riccardo operò, con elevato senso del dovere, fino al termine del conflitto ma, per parecchi mesi ancora, dovette rimanere in servizio.
Fu infatti congedato il 25 agosto 1919 e, così come era partito, tornò a casa senza gloria, senza medaglie, frastornato dai rumori e dalle continue esplosioni, con la sola consolazione di aver fatto il proprio dovere in sei anni della sua vita che lasciarono un profondo segno nella sua esistenza così come in quella di migliaia e migliaia di reduci.
La guerra era vinta ma Riccardo ritrovò le stesse ristrettezze che aveva lasciato alla sua partenza, aggravate da una situazione disastrosa che ridusse alla fame l’intera popolazione anche per il gran numero di morti, feriti, invalidi, malati di “Spagnola” che, solo pochi anni prima, avevano rappresentato la principale forza lavorativa di tutta la nazione.



Alla ricerca di qualcosa tra i detriti di un bombardamento.




Bambini orfani, ospitati in un cascinale.




I mutilati chiedono il pane al Governo.