Storie di soldati

La "saga" dei Goi: da Olmo al Brembo alla Russia ... passando per il Giro d'Italia

di Rinaldo Monella, pubblicata il 03/09/2020

Tutto nacque da una serie di litigi casalinghi poco dopo la metà dell’800.
La famiglia di Carlo Goglio era originaria di Olmo al Brembo, in Alta Valle Brembana, dove possedeva alcuni boschi, prati ed un po’ di bestiame e dove aveva avviato una proficua attività casearia.
Il figlio Giuseppe, nato nel 1841, fu letteralmente affascinato dalla figura di Giuseppe Garibaldi, che voleva restituire all’Italia l’intero Meridione, all’epoca ancora sotto la dominazione borbonica.



Una rara immagine di Giuseppe Garibaldi, scattata "in posa" nel Meridione.

Desiderava a tutti i costi di seguire il Generale, spinto, come per tanti giovani irrequieti di quel periodo, dall’ansia di vedere l’Italia unita.
Il padre, però, si oppose, impedendo al figlio di arruolarsi nelle “camicie rosse”. E così fu, almeno per un certo tempo.
Quando però si diffusero le notizie sulle travolgenti vittorie dei garibaldini, Giuseppe non resistette più e scappò di casa rifugiandosi a Milano dove, non sappiamo bene come, riuscì a cambiare il proprio cognome da “Goglio” a “Goi”. In proposito non possiamo escludere che questo cambio di cognome sia da ritenersi un errore di trascrizione (che a Giuseppe andò benissimo), in quanto “Goi” era la dizione dialettale di “Goglio”. Più volte abbiamo infatti notato, nelle nostre ricerche belliche, che alcuni soldati venivano registrati con il cognome nella pronuncia dialettale. Consideriamo infatti che anche gli scrivani dell’epoca, già di per sé poco acculturati, alla domanda: “Come ti chiami?” abbiano avuto per risposta la parola dialettale (moltissimi coscritti erano infatti analfabeti e, spesso, sapevano parlare solo in dialetto).
Così, “Pizzetti” a volte divenne “Pisèt”, “Iseo” fu trascritto come “Isé” e, perché no, “Goglio” divenne “Goi”. Giuseppe “Goi”, il 7 dicembre 1861, riuscì ad arruolarsi nell’Esercito Piemontese e venne inviato in quella che, allora, veniva chiamata la “Bassa Italia”.



Soldato della Campagna 1866.

Nei due anni e mezzo trascorsi in Meridione conobbe un commilitone di Lodi e, al termine della campagna, si trasferì anch’egli a Lodi dove, memore delle sue precedenti attività lavorative, iniziò a fare il casaro e si sposò.
Richiamato per la 3^ Guerra d’Indipendenza, fece tutta la cosiddetta Campagna 1866, a seguito della quale ottenne l’autorizzazione a fregiarsi della medaglia istituita con Regio Decreto 4 marzo 1865 per le guerre combattute per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia, con la fascetta della Campagna 1866.

   

Foglio di congedo assoluto di Giuseppe Goi, con l’annotazione dell’attribuzione della medaglia per la Campagna 1866.

   

A sinistra la tipica medaglia commemorativa della 3^ Guerra d'Indipendenza che Giuseppe Goi ricevette - a destra gruppo di vecchi reduci della Campagna 1866.

Il nostro Giuseppe, che in casa chiamavano “il Garibaldino”, ebbe tre figli: Ettore, Luigi Sante e Luigi Carlo Cesare. Tutti e tre, nel 1905, presero parte ai lavori per la realizzazione del Traforo del Sempione.
Luigi Sante (detto Sante) e Luigi Carlo Cesare (detto Cesare), si appassionarono al ciclismo e, ben presto, divennero dei validi corridori, venendo ingaggiati, come professionisti, da società sportive di rilievo.
Sante, in particolare, prese parte al Giro di Lombardia nel 1908 e nel 1909, alla Milano-Sanremo nel 1912, al Giro d’Italia del 1912 (con il fratello Cesare) ed al Tour de France nel 1914. Degna di nota fu la partecipazione al Giro del 1912, quarta edizione della cosiddetta “Corsa Rosa” che si svolse in nove tappe dal 19 maggio al 2 giugno, per un totale di 2443 km.

   

Copertina della Storia del Giro d'Italia a cura della Gazzetta dello Sport e partenza del Giro 1912.

Fu il primo ed unico Giro ad essere disputato a squadre e venne vinto dall’Atala, composta da Luigi Ganna, Carlo Galetti, Eberardo Pavesi e Giovanni Micheletto, detti “I quattro moschettieri”.



I quattro moschettieri alla partenza del Giro.



Passano i corridori.



Un arrivo di tappa (la settima).



Con i bersaglieri ciclisti.



La classifica finale.

La Globo-Dunlop, in cui si trovavano i fratelli Goi, si piazzò al quinto posto. Fu questo l’apice dei Goi che, pochi anni dopo, vennero coinvolti nella Grande Guerra con il fratello Ettore.
Vogliamo notare, facendo una breve digressione, che l’attività di casaro del papà Giuseppe doveva essere di tipo itinerante, tant’è che i due figli Ettore e Cesare nacquero ad Ossago Lodigiano (MI), mentre Sante nacque a Camisano (CR); risulta inoltre che il Garibaldino andò ad abitare a Covo (BG) dove morì il 23 giugno 1915.



Atto di morte di Giuseppe Goi.

Cosa accadde ai tre fratelli durante la Prima Guerra Mondiale?
Ettore, classe 1883, che già aveva prestato il servizio di leva nel biennio 1902-1903, venne richiamato nel 1915 ed arruolato presso il 42^ Reggimento Fanteria.



Ettore Goi in un ritratto conservato dalla famiglia.



Compagnia Mitraglieri Fiat in azione combinata con gli Arditi.

Dopo un lungo periodo di istruzioni fu assegnato alla 213^ Compagnia Mitraglieri Fiat ed inviato sul fronte del Carso il 12 giugno 1916.
Qui, durante un assalto alla baionetta, venne ferito ad una gamba da una scheggia di granata e dovette essere trascinato a forza nelle retrovie perché non riusciva a camminare; della sua compagnia sopravvissero solo in cinque.
Operato nel vicino ospedaletto da campo, subì l’asportazione di diversi frammenti ossei e la gamba ferita rimase più corta dell’altra.
Come la maggior parte dei reduci, anche Ettore non parlava molto della sua esperienza da combattente. Due piccoli episodi, però, ci sono stati raccontati dai suoi discendenti, usando parole sue. Nel primo diceva: “In trincea faceva freddo ed entrai in una baracca dove era accesa una stufa. Dentro c’erano 16 soldati, 17 con me. Siccome il numero 17 non portava bene, uscii e mi allontanai. Poco dopo una bomba di cannone centrò la baracca, uccidendo tutti gli occupanti”.
Nel secondo ricordava che, durante la ritirata da Caporetto, tutti scappavano e nelle retrovie c’erano solamente i genieri che facevano saltare i ponti e le strade. Vide un soldato senza elmetto e senza fucile che andava dalla parte opposta. Lo fermò e constatò con sorpresa che era un suo compaesano. Lo avvertì che stava sbagliando direzione, ma quello non lo ascoltò. Nessuno lo rivide più.

Cesare, classe 1885, venne chiamato alle armi il 23 febbraio 1916 e fu arruolato, con il grado di Caporale, nel 53^ Reggimento Fanteria. Il 4 luglio raggiunse il fronte e, poco tempo dopo, fu trasferito al 139^ Fanteria.



Rifugi italiani presso il campo di battaglia ad Oppacchiasella (foto austriaca).

Il 15 settembre 1916, nel corso di un combattimento ad Oppacchiasella, venne ferito da una scheggia di granata e dovette essere ricoverato a Cervignano, nell’Ospedale da Campo n. 053 della 3^ Armata, passando poi all’Ospedale Militare di Mira da dove fu dimesso il 28 dicembre.
Il 17 gennaio seguente, senza aver usufruito di alcuna licenza di convalescenza, partì per la Macedonia via nave, imbarcandosi a Napoli. Durante il tragitto il comandante ricevette un contrordine, la nave cambiò rotta ed attraccò a Salonicco, in Grecia.
In seguito, promosso Caporal Maggiore, venne trasferito al 3^ Battaglione del 162^ Fanteria. Nel corso di un combattimento sul Monte Concana del 30 giugno 1917, gli venne decretata sul campo, per il suo coraggio e valore, la Croce al Merito di Guerra con apposito brevetto del Comando della 35^ Divisione. Rientrato dalla Grecia il 10 marzo 1919, fu collocato in congedo il 15 agosto di quell’anno.



Acquartieramento italiano nella zona del Monte Concana, sul fronte balcanico.

L’ultimo dei tre fratelli, Sante, classe 1886, ebbe purtroppo un tragico destino. Anch’egli Caporal Maggiore nel 90^ Reggimento Fanteria sul fronte carsico, scomparve durante un combattimento del 21 ottobre 1915. Successivamente il suo corpo venne rintracciato, riconosciuto e dapprima sepolto in un cimitero militare campale e, in seguito (probabilmente dopo la fine del conflitto), traslato al Sacrario Militare di Caporetto (Slovenia), dove effettivamente abbiamo ritrovato la lapide che lo ricorda.



Goi Luigi Sante.



La lapide al Sacrario di Caporetto che ricorda il caduto Luigi Sante Goi.



Medaglia ricordo donata dalla Regione Friuli alla memoria del caduto Luigi Sante Goi.

Tutti questi personaggi sono comunque uniti da un unico filo conduttore: la lavorazione del latte.
Facendo un passo indietro per poi riagganciarci agli ultimi due combattenti della loro famiglia, vogliamo ricordare che Giuseppe “il Garibaldino”, sposatosi con Rosa Prevosti, insegnò ad un suo cognato le tecniche della lavorazione del latte e, insieme, aprirono una piccola attività casearia.
Il figlio del cognato, Luigi Prevosti, reduce dalla Grande Guerra e cresciuto imparando il mestiere del padre, nel 1922 si trasferì a Varese dove fondò il “Caseificio Prealpi”, divenuto poi rinomato ed ancora attivo ai giorni nostri.



Il logo del Caseificio Prealpi, fondato da Luigi Prevosti.

Nel secondo dopoguerra Ettore, con i figli Giuseppe e Valentino di cui accenneremo tra poco, si trasferì a Vedano Olona (VA) ed i due giovani reduci lavorarono per la “Prealpi” in qualità di autisti.
Lateralmente, il figlio del caduto Sante, Angelo Goi, fondò a Calcio (BG), con il socio Roberto Dalù, una ditta per la lavorazione delle setole, spazzole e pennelli, dando lavoro a molte donne del paese.
L’attività diede notevoli risultati, tant’è che Angelo acquistò, sempre a Calcio, il castello già appartenuto alla famiglia nobile Oldofredi, castello dove, nel giugno del 1859, fu ospitato per due giorni l’imperatore francese Napoleone III pochi giorni prima della battaglia di Solferino.
Partito per lavoro in Argentina dopo la seconda guerra mondiale, Angelo tornò dopo parecchi mesi e…non trovò più il socio, che era scappato “con i soldi” facendo fallire la società. Il castello venne poi venduto all’asta.



Carta intestata della ditta Goi & Dalù di Calcio.



Il castello Oldofredi a Calcio, per un certo tempo di proprietà di Angelo Goi.

Veniamo ora agli ultimi due combattenti Goi, entrambi figli di Ettore.

Su Giuseppe Luigi, classe 1916, non è stato possibile recuperare alcun documento militare: in proposito è opportuno ricordare che, nel corso dell’ultima guerra mondiale, parecchi edifici militari vennero bombardati ed andò persa una gran quantità di carteggi.
La sua famiglia ha comunque conservato molte immagini da lui scattate e ci ha pure fornito alcune, interessanti informazioni.



Goi Giuseppe Luigi.



Giuseppe Goi, secondo da sinistra, all'arrivo in Russia.



Giuseppe Goi, 2^ in piedi da destra, a Stalino.

   

Le due Croci al Merito di Guerra che Giuseppe Goi ricevette per la Campagna di Russia.

Era un Sergente della Divisione Celere, 51^ Autoreparto, 73^ Autosezione, di stanza a Torino.
Venne inviato dapprima sul fronte jugoslavo e, in seguito, aggregato al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) nel 1941, e partecipò ad azioni belliche sul Dnjepr, sul Donetz, sul Bug e sul Don, principalmente nelle località di Perwomainsk, Stalino e Dnjepropetrowsky, da cui riportò ben due Croci al Merito di Guerra. L’altro fratello, Valentino, classe 1921, venne invece arruolato il 6 gennaio 1941 nel 6^ Reggimento Fanteria ed assegnato alla 12^ Compagnia Chimica, destinata al fronte in territorio siciliano.



Goi Valentino.



Soldati del Reggimento Chimico.

Il 13 marzo di quell’anno dovette essere ricoverato all’Ospedale Militare di Palermo per le intossicazioni contratte nel maneggiamento di ordigni chimici. In data 15 agosto 1942 fu trasferito al Deposito del Reggimento Chimico in Roma e, successivamente, inviato a Mestre nella 108^ Compagnia Nebbiogeni, incaricata della difesa portuale.
Sbandatosi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fu collocato in congedo il 15 marzo 1946.

E qui termina la saga dei Goi, tre generazioni di soldati che hanno vissuto in prima persona le vicende di un’Italia dapprima divisa e poi unita, donandole i propri disagi, le privazioni, le sofferenze, le ferite…ed anche la propria vita.