Storie di soldati

Due...e forse tre bergamaschi nelle guerre d'indipendenza di Cuba

di Rinaldo Monella, pubblicata il 16/10/2020

Recentemente siamo venuti a conoscenza delle vicende di due bergamaschi, già combattenti nelle campagne risorgimentali in Italia, che esularono negli Stati Uniti e che furono coinvolti, seppur in periodi diversi, negli scontri e nelle guerre che portarono all'indipendenza di Cuba dalla Spagna.
Le verifiche fatte su quanto riportato nei testi consultati ci hanno obbligato ad una revisione dei contenuti ed in questa sede ci auguriamo di riportare le storie di questi nostri combattenti di 140-170 anni orsono nel modo più corretto possibile.

Incominciamo con la spedizione di Narciso López cui partecipò il tenente Giovanni Placosio, nato a Clusone nel 1818.
Narciso López era nato a Caracas, nel Venezuela, il 2 novembre 1797 e si formò militarmente nei ranghi spagnoli, combattendo contro i moti indipendentisti delle colonie in diverse battaglie, le più famose delle quali si ebbero a Queseras del Medio (1818) e Carabobo (1821).



Il generale Narciso López in una stampa d'epoca, quando ancora militava nell'esercito spagnolo.



Particolare di una stampa raffigurante la battaglia di Carabobo del 1821.

Dopo il ritiro degli spagnoli dal Venezuela si trasferì a Cuba e poi in Spagna, dove fece una brillante carriera militare divenendo generale.
Rientrato a Cuba nel 1841, cambiò completamente il suo pensiero e si sollevò contro la Spagna, motivo per cui dovette rifugiarsi negli Stati Uniti.



L'Havana, vista dal Fuerte del Principe (stampa del 1851).

Nel 1850 tornò a Cuba con un gruppetto di rivoltosi ma fu nuovamente allontanato. L'anno seguente ci riprovò e qui entrò in scena il nostro Giovanni Placosio.

Questi era un medico di 33 anni ed il suo nominativo risulta in un elenco di ufficiali appartenenti ai corpi volontari del 1848, elenco compilato e firmato personalmente dal loro comandante, colonnello Nicola Bonorandi (1) il quale, nell'estate del 1848, fu incaricato dal Governo Provvisorio di Bergamo di comandare una colonna di 300 uomini e di dirigersi verso il Trentino passando dal Passo del Tonale.



Elenco degli ufficiali appartenenti ai Corpi dei Volontari organizzati in Bergamo nel 1848, compilato dal colonnello Nicola Bonorandi, già loro comandante, il 28 gennaio 1861 (cortesia Archivio Gamba, Bergamo). Le frecce indicano la posizione riferita a Giovanni Placosio.

La colonna avrebbe dovuto unirsi ad alcuni gruppi di irredentisti, guidati da Giacomo Marchetti, capo del Governo insurrezionale del Distretto di Tione e fratello del celebre Prospero (che fu combattente nelle Cinque Giornate di Milano e poi Vicesegretario del Governo provvisorio di Milano, deputato alla Costituente di Francoforte e podestà di Arco di Trento).



Giacomo Marchetti, irredentista di Tione.

Il Placosio, laureatosi a Pavia in "medicina e chirurgia maggiore", per sei anni aveva esercitato la professione di medico condotto a Verdello fino a che, nel 1848, decise di unirsi alla spedizione di Bonorandi verso il Trentino.
Dopo qualche successo iniziale ed una emblematica vittoria a Castel Toblino, l'impresa finì molto male anche perchè gli austriaci erano militarmente ben organizzati ed armati, mentre i nostri volontari, sebbene animati da spirito patriottico ed ardore, erano male armati e, soprattutto, poco avvezzi alla disciplina ed all'ordine.



Castel Toblino fu il punto più avanzato raggiunto dai volontari della colonna Bonorandi nel 1848.

I resti della colonna (tra cui il nostro medico), ripararono in Engadina per rientrare in Piemonte evitando il confine lombardo-piemontese, fortemente presidiato dagli austriaci.
Placosio venne aggregato al 22^ Reggimento Fanteria dell'esercito sardo e, in seguito, passò al deposito degli ufficiali lombardi di Cherasco.
Nel settembre dello stesso anno entrò nella Compagnia della Guardia Nazionale Mobile che il capitano Benigno Regazzoni (2), di Bergamo, costituì a Vercelli.



Sottufficiali ed Ufficiali della Guardia Nazionale Mobile nella seconda metà dell'800.

La compagnia fu assegnata dapprima alla II Brigata della Divisione Lombarda, agli ordini del generale Marcello Gianotti, e poi alla III Brigata del generale Paolo Solaroli, con la quale prese parte alla infausta battaglia di Novara del 23 marzo 1849.
Solaroli, che si fidava poco dei reparti di "volontari", schierò la compagnia di Regazzoni ad ovest del torrente Terdoppio, insieme ad un battaglione del 31^ Reggimento Fanteria ed una sezione della 2^ Batteria di cannoni. A seguito dell'attacco austriaco il contingente fu spostato verso le cascine Ricca e Cavallotta, dove combattè con ardore al punto che lo stesso generale dovette ricredersi sui suoi iniziali giudizi.



Disegno della zona in cui si svolse la battaglia di Novara del 23 marzo 1849, con indicata la posizione, presso la Cascina Cavallotta, dove combattè la compagnia bergamasca di cui faceva parte Giovanni Placosio.



Particolare della battaglia di Novara presso la Bicocca.

La battaglia venne comunque persa, anche per l'incapacità e la disobbedienza del generale Ramorino (che poi verrà processato e fucilato) ed i gruppi delle guardie nazionali si sbandarono. Venne fatto un tentativo di accorpamento nel 5^ Battaglione Bersaglieri sardo, ma poi si decise lo scioglimento dei reparti. Placosio, il 31 agosto, partì per Torino, assegnato a quell'Ospedale Militare (dispaccio ministeriale 25 agosto 1849, n. 9031, Divisione Amministrativa Militare).
Dopo un breve periodo decise di lasciare l'Italia e di portarsi a Cuba che stava lottando per l'indipendenza dal dominio spagnolo.
Probabilmente aiutato dal ministro Carlo Cameroni, trevigliese, riuscì ad espatriare ed a raggiungere New York. Da qui scese verso sud dove, a New Orleans, incontrò Narciso López che, ben volentieri, prese con sè il giovane medico-combattente, nominandolo Tenente.
Intanto López preparava i piani per una nuova spedizione a Cuba e, infatti, ai primi di agosto del 1851, circa 500 uomini salparono da New Orleans sul battello "Pampero" con destinazione Cuba.



Un tipico battello da trasporto nei Caraibi, tra gli Stati Uniti e le isole del Mare delle Antille.

Sbarcati sulla costa di Pinar del Rio, si divisero in piccoli gruppi nella speranza di poter effettuare azioni di sorpresa, ma furono tutti scoperti e sconfitti.



La costa di Pinar del Rio, dove sbarcò la spedizione López (stampa del 1851).

Il nostro tenente medico venne catturato ed ucciso il 18 agosto durante un combattimento sulle alture circostanti il luogo di sbarco.
Lo stesso generale López fu catturato e tradotto all'Havana. Dopo un rapido processo venne condannato a morte mediante "garrota" (3) e l'esecuzione avvenne il 7 settembre successivo.



Esecuzione capitale a Cuba, mediante "garrota".

    

Cartoline commemorative della spedizione di Narciso López.

La volontà di indipendenza dei cubani, comunque, non crollò, ma continuò a covare sotto la cenere fino a che esplosero le cosiddette tre guerre di indipendenza le quali, per la verità, furono insurrezioni popolari armate:

Ricordiamo in proposito che Cuba ottenne l'indipendenza nel 1902.

La guerra dei dieci anni fu una sostanziale sconfitta per i rivoluzionari cubani, chiamati "mambí" o "mambises", per lo più armati solo di "machete" (4), anche se, col Trattato di Zanjón, ottennero alcune concessioni ed una certa autonomia.



Gruppo di mambì durante la guerra dei dieci anni.



Particolare di un combattimento del 1873.

Che ci interessa in questa sede è invece la "Guerra Chiquita", dove incontreremo il secondo " mambí" bergamasco della nostra storia.



Una carica di mambì nella guerra chiquita.





Scatti fotografici del periodo della guerra chiquita.

Calixto García Iñíguez, nato ad Holguín (Cuba) nel 1839, fu un militare che combattè contro gli spagnoli durante la guerra dei dieci anni.
Catturato nel 1873 dai soldati di Arsenio Martinez Campos y Antón, generale e governatore di Cuba, fu trasportato in Spagna ed imprigionato a Madrid, venendo liberato solo a guerra ultimata (1878).

    

I due comandanti avversari: a sinistra Calixto García Iñíguez e, a destra, Arsenio Martinez Campos y Antón.

Ritornato in America, si stabilì a New York, ma con l'idea fissa di tornare alla sua isola e liberarla dalla dominazione spagnola.





Scheda di censimento della città di New York nel 1880, dove risulta residente la famiglia del signor Calixto Garcia, commerciante di zucchero di origine cubana.

Qui si innesta un'altra figura di patriota cubano, che ci farà da ponte di collegamento per introdurre il secondo bergamasco.
Ci riferiamo a José Juliàn Martí Pérez, politico, scrittore e rivoluzionario, nato a l'Havana il 28 gennaio 1853, considerato un eroe nazionale della rivoluzione cubana, e che poi morirà in battaglia a Rio Cauto, presso Dos Rios, il 19 maggio 1895.



José Juliàn Martí Pérez, eroe nazionale cubano.



Rappresentazione della battaglia di Rio Cauto del 19 maggio 1895.



Allegoria della morte in battaglia di José Martí a Rio Cauto.

Martí, alla fine del 1879, si trasferì a New York, dove ricoprì la carica di console aggiunto per l'Uruguay, il Paraguay e l'Argentina e dove, soprattutto, entrò in contatto con il generale García, col quale mobilitò la comunità degli esuli cubani.
Nella casa del generale era molto spesso presente un italiano, il bergamasco Natalio Argenta, e Martí riportò che "era come se facesse parte di quella casa".



Dagherrotipia di Natalio Argenta con l'abbigliamento da mambì (da notare il machete che porta alla cintura).

Natalio Argenta, nato presumibilmente in Bergamo intorno al 1845, aveva preso parte alla campagna del 1866 (III Guerra d'Indipendenza) nel Corpo Volontari Italiani al comando di Giuseppe Garibaldi, combattendo sul fronte del Trentino nella zona di Forte Ampola.
Diversi anni dopo lasciò anch'egli l'Italia e, come Placosio, emigrò negli Stati Uniti. Per un certo tempo visse a Tampa e poi a Key West, in Florida, dopodiché si spostò a New York dove fece la conoscenza del generale García e con il quale simpatizzò immediatamente, unendosi al movimento rivoluzionario cubano.
Messosi completamente a disposizione del generale, ne divenne assistente e guardia del corpo (ecco il perchè della sua costante presenza in famiglia notata da Martí).
Il politico cubano riferì anche che Natalio sapeva badare ai quattro bambini del generale ma, soprattutto, che sapeva cucinare tutti i tipi di cibo italiano conquistando così i gusti dell'intera famiglia. Inoltre il generale, oltre a ricordare più volte le sue origini bergamasche, lo descriveva come un gigante fortissimo, che da solo riusciva a sollevare e smontare un cannone dal basto di un mulo, sempre di buon umore, tanto da aver composto una canzone che diventò poi un inno per gli esuli cubani di Cayo Hueso (Key West). Nel marzo del 1880 il generale raccolse 82 uomini (compresi lui e la sua guardia del corpo) e, da Jersey City, partì il primo gruppo di 26 uomini sulla goletta "Hattie Haskel".
La spedizione fallì perchè la goletta naufragò ed i componenti la spedizione si rifugiarono in Giamaica. Qui venne preparata una seconda spedizione su un'altra goletta, dove salirono 15 uomini (Natalio sempre presente col suo generale) ma, nelle vicinanze di Cuba, si ruppe l'albero maestro del natante e fu necessario tornare indietro.
Una settimana dopo il generale ripartì con Natalio ed altri 18 uomini e stavolta raggunsero Cuba, dove sbarcarono il 7 maggio in un luogo chiamato Santiago de Cuba, tra le località Aserradero e Cojímar.



La zona di sbarco della spedizione Garcia sulla costa di Santiago de Cuba, presso la punta orientale dell'isola.



Ufficiali cubani subalterni di Calixto Garcia - la freccia indica il luogotenente Pio Rosado, catturato dagli spagnoli insieme a Natalio Argenta e pochi altri mambì.



Il generale Garcia nel periodo della guerra d'indipendenza.

La reazione spagnola fu spietata (da qualche tempo gli spagnoli avevano messo alcune spie alle costole dei rivoluzionari) ed il piccolo manipolo di mambí fu oggetto di continui attacchi da parte delle truppe regolari.
Il 6 luglio, il quotidiano "La Voz de Cuba" riferiva di un'azione contro gli uomini di García in località Los Diablos, vicino alla Sierra Maestra e che l'italiano Natalio Argenta, il messicano Julio Morejón ed il comandante Enrique Varona erano stati fatti prigionieri.
Di fatto il gruppo si era nascosto presso l'allevamento "El Socorro" in attesa di dar seguito ad un'azione di guerriglia a Las Tunas allorquando venne scoperto a causa di un tradimento. I tre si fecero arrestare per coprire la ritirata del generale, salvandogli così la vita o comunque la prigionia. Con loro furono anche fatti prigionieri cinque membri della spedizione: Pio Rosado, luogotenente, Juan Soto, Manuel Cortés, Miguel Cantos e Domingo Mesa.
Il generale fece di tutto per intercedere sulla loro sorte, offrendo in cambio la resa e persino la sua stessa persona.
Niente da fare.
Natalio Argenta (e il generale ancora non lo sapeva) era già stato fucilato nel cortile della fortezza della città di Bayamo, la mattina del 7 luglio (giorno successivo all'arresto).
Si disse che, con aria di sfida di fronte al plotone di esecuzione, Natalio abbia gridato a squarciagola: "Lunga vita alla Repubblica Universale".



La spianata del Parco Lopez dove sorgeva la vecchia Caserma De Cespedes a Bayamo e dove venne fucilato Natalio Argenta.

Martì ricordò ancora, anni dopo, la figura del bergamasco.
Il 22 agosto 1892, sul quotidiano "Patria", scrisse: "Non dovremmo ricordare con gratitudine che l'uomo di cuore che ha perso a Cuba, nella sua sfortunata guerra, Calixto García, era italiano di nascita, era Natalio Argenta?"
Poi, il 3 settembre, nello stesso giornale, scrisse ancora: "...Homeland ha reso un meritato omaggio alla memoria del coraggioso italiano Natalio Argenta, che ha sanguinato per noi e sotto il cui nome gli italiani amanti della libertà di Tampa si preparano ad aiutare la grande opera di riscatto delle Antille...". In quello stesso anno (1892) venne realizzato a Key West un obelisco di marmo e granito, dedicato ai "Martiri per la libertà del popolo cubano". Sul basamento dell'obelisco furono scolpiti i nomi di tali martiri, tra i quali spicca quello di Natalio Argenta.
Dalle informazioni di cui disponevamo sembrava che su tale obelisco ci fosse anche il nome di Giovanni Placosio e, pertanto, il curatore del nostro sito (Paolo Sirtoli), si è attivato per cercare di verificare l'autenticità dell'informazione, coinvolgendo via web due persone di Key West: la fotografa Roberta DePiero e Cori Convertito della Società storico-artistica della città. Si è così potuto accertare che, sull'obelisco citato, posto nel cimitero cittadino ed in un'apposita area dedicata, c'è effettivamente scolpito il nominativo di Natalio Argenta, non solo, ma che la sua salma venne traslata da Cuba appunto a Key West.
Di Giovanni Placosio non è stata trovata alcuna traccia.



Cimitero di Key West, con il riquadro dedicato ai Martiri di Cuba.



Il basamento dell'obelisco all'interno del riquadro dei Martiri di Cuba.



Particolare dell'immagine di cui sopra dove si legge chiaramente il nome di Natalio Argenta
(le tre fotografie sono opera della fotografa Roberta DePiero).



Scheda di sepoltura di Natalio Argenta, la cui salma venne traslata da Cuba a Key West per essere inumata nel riquadro dei Martiri di Cuba
(documento recuperato da Cori Convertito).

Per concludere, come "indiziato" nel titolo della presente storia, vorremmo far presente che, nel corso delle nostre ricerche sui combattenti bergamaschi, abbiamo trovato il nominativo di un terzo combattente, per il quale le notizie sono scarse ma molto simili a quelle su Giovanni Placosio.

Si tratta di Nicola Sacchi, fratello dei due garibaldini "dei Mille" Achille ed Eugenio Aiace.

    

Achille ed Eugenio Aiace, i due garibaldini "dei Mille" fratelli di Nicola Sacchi.

Nicola era nato a Gravedona (Como) ma poi si era trasferito con tutta la sua numerosa famiglia a Bergamo, dove il papà Antonio faceva l'avvocato.
La sua fu una famiglia di patrioti, infatti, oltre ai due fratelli dei Mille, altri quattro vestirono le divise piemontesi per combattere contro l'Austria (5):

Nicola, come risulta in diversi documenti, fu volontario nelle campagne del 1849 e 1849, poi fu esule a Cuba, dove morì.
Il periodo dell'esilio, le circostanze e, soprattutto, il luogo dove morì fanno chiaramente pensare ad un'odissea molto simile a quella di Giovanni Placosio.
Altro non sappiamo, ma tra i quindici italiani che combatterono per l'indipendenza di quel paese potrebbe esserci anche lui.

 

APPENDICE



La fotografia pubblicata dal periodico "El Moncada"

La fotografia sopra riportata è stata pubblicata dal periodico "El Moncada" nel giugno 2014 e la didascalia della medesima dice espressamente "I due garibaldini a Cuba", riferendosi al testo che parla espressamente dei due bergamaschi Placosio ed Argenta.
Ora, se consideriamo che Placosio morì nel 1851 a Cuba mentre Argenta vi arrivò nel 1880, è impossibile che si siano conosciuti, almeno in territorio cubano come in fotografia.
Ma allora chi sono i due personaggi ritratti?
Osserviamo l'immagine seguente, scattata nel periodo della guerra chiquita.



Fotografia del 1880 scattata lo stesso giorno ed al medesimo gruppo di mambì dell'immagine precedente.

E' evidente che è stata scattata lo stesso giorno ed allo stesso gruppo di mambises, come pubblicata da "El Moncada".
Il personaggio seduto sull'amaca porta in testa il cosiddetto "berretto da fumo" (6) di garibaldina memoria e la fisionomia del suo volto ricorda perfettamente la gens bergamasca. Inoltre l'aspetto generale è quello di un uomo robusto, il "gigante fortissimo", come lo definiva il generale García.



Giuseppe Garibaldi con il caratteristico berretto da fumo ed il poncho.

Da ultimo, il fatto che sia l'unico seduto sull'amaca mentre tutti gli altri sono seduti per terra, propenderebbe per una sua posizione di riguardo e, pertanto, per l'identificazione con il nostro Natalio che, come ricordato, era assistente e guardia del corpo del generale...ma lasciamo ai lettori l'eventuale soluzione del dilemma.



(1) su Nicola Bonorandi vedasi il nostro database;

(2) su Benigno Regazzoni vedasi il nostro database;

(3) la garrota, usata dagli spagnoli tra il 1822 ed il 1975, era costituita da un cerchio di ferro fissato ad un palo e che veniva stretto mediante una vite attorno al collo del condannato fino a provocarne la morte per strangolamento;

(4) È stato dimostrato che le cariche al machete erano le più efficaci per i mambì.
C’erano due frasi durante le Guerre d’Indipendenza che intimorivano l’Esercito spagnolo. La prima, la più conosciuta era: Al Machete! e la seconda era il grido assordante di : A la lata! che significava un attacco col machete nella mano.
L’esercito mambì le utilizzò durante le cariche, tattica che provocava un effetto psicologico immediato sull’esercito spagnolo nelle operazioni, perchè non aveva l’abitudine di combattere corpo a corpo.
La prima carica al machete che si registrò nelle guerre per l’indipendenza cubana fu a Tienda del Pino, un chilometro a ovest di Baire, in Oriente, nel novembre del 1868; dove la cavalleria dei mambì comandata dal Generale Máximo Gómez vinse la battaglia senza usare armi da fuoco.

(5) per tutti e sette i fratelli Sacchi vedasi il nostro database.

(6) il berretto da fumo, noto anche come berretto del pensatore o alla Garibaldi, era un particolare tipo di copricapo usato in passato (specie nell'800) dagli uomini per fumare. Divenne particolarmente famoso in Italia perché Garibaldi lo indossava spesso in abbinamento al poncho cui era particolarmente affezionato.

 

RINGRAZIAMENTI

Desideriamo vivamente ringraziare: