Storie di soldati

Bono Massimiliano da Curno-Treviolo, reduce dalla battaglia di Adua

di Rinaldo Monella, pubblicata il 02/02/2020



Ritratto di Massimiliano Bono.

Massimiliano nacque il 27 ottobre 1874 da una povera famiglia di contadini che risiedeva alla Cascina Aprile di Curno.
Qualche anno dopo la famiglia si trasferì a Treviolo e qui il giovane ricevette la cartolina precetto per il servizio militare, venendo arruolato nel 2^ Reggimento Fanteria, 9^ Battaglione, matricola 730.
Era il 1894 e, a quell’epoca, l’Italia era impegnata in quella che venne chiamata la “Guerra di Abissinia”, un conflitto che durò un decennio e che, per lo più, testimoniò grandi sconfitte per il nostro paese.



Il teatro di guerra della Campagna d'Abissinia in una cartolina d'epoca.

Già alcuni anni prima, il 26 gennaio 1887, presso il villaggio di Dogali, circa 500 nostri soldati, al comando del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, erano stati massacrati da oltre 10.000 guerrieri abissini al comando di Ras Alula Engida.
Qualche piccola vittoria fu ottenuta contro i Dervisci a Sarobeiti, Agordat, Cassala (1892-1893) e contro il Ras Mangascià a Coatit e Senafe (1895) ma, in seguito, vi furono altre due pesanti sconfitte sull’Amba Alagi (dicembre 1895) e presso il Forte di Macallè (gennaio-febbraio 1896).

   

A sinistra l’Amba Alagi e, a destra il Forte di Macallè.

Il corpo di spedizione italiano, comandato dal generale Oreste Baratieri, fu impegnato duramente a Coatit, Amba Alagi e Macallè, dove Massimiliano fu presente, inquadrato nella 1^ Brigata del generale Giuseppe Arimondi (2^ Reggimento Fanteria del colonnello Ugo Brusati, 9^ Battaglione d’Africa del maggiore Baudoin).
Ma la battaglia che, più di tutte, sarebbe passata alla storia, fu quella di Adua dell’1 marzo 1896, per molti anni nota come la “battaglia di Abba Garima”, dal nome di un’altura posta nella conca di Adua, dove lo scontro fu terrificante per i nostri soldati.

   

I due comandanti in capo avversari: il generale Oreste Baratieri e l’imperatore Menelik II.

La sera del 29 febbraio, dalle vicine alture di Saurià, di Addi Dichi e di Zalà, Baratieri fece avanzare il corpo di operazioni in direzione di Adua, disponendolo su tre colonne di brigata con una quarta di riserva:
- colonna di sinistra: Brigata Indigeni al comando del generale Matteo Albertone
- colonna di centro: 1^ Brigata di fanteria del generale Giuseppe Arimondi
- colonna di destra: 2^ Brigata di fanteria del generale Vittorio Dabormida
- colonna di riserva: 8^ Brigata di fanteria del generale Giuseppe Ellena

Di fronte, tra le alture di Abba Garima e Scelloda, c’era il campo abissino sotto il comando dell’imperatore Menelik II.
Questo era l’ordine di battaglia:

ItalianiAbissini
Brigata Arimondi2.900 uomini   Negus Menelik25.000 fucili
Brigata Da Bormida3.500 uomini   Imperatrice Taitù3.000 fucili
Brigata Ellena3.350 uomini   Negus Tecla Haimanot5.000 fucili
Indigeni e bande8.300 uomini   Ras Maconnen15.000 fucili
Batterie da montagna1.300 uomini   Ras Mangascià e Alula12.000 fucili
Batterie a tiro rapido1.220 uomini   Ras Mangascià Stichim6.000 fucili
Batterie indigeni1.400 uomini   Ras Mikael6.000 fucili
Quartier generale e servizi1.150 uomini   Ras Olié e altri8.000 fucili
Totale20.120 uomini   Totale80.000 fucili



Teatro della battaglia, in uno schizzo dell’epoca.



Rappresentazione della battaglia di Adua.

In tutto, gli italiani avevano 14.519 fucili e 56 pezzi di artiglieria, con una forza operativa di 17.500 uomini, dei quali 10.450 italiani ed il resto indigeni.
L’esercito di Menelik disponeva invece di 80.000 fucili, 10.000 cavalli e 42 pezzi di artiglieria, senza contare lo sterminato numero di seguaci, per lo più armati di sole lance, pronti ad intervenire laddove si fosse manifestato qualche punto debole.
L’esito della battaglia del giorno seguente (1 marzo 1896) è a tutti noto e non staremo qui a descrivere quello che fu il fallimento strategico di Baratieri , che in seguito venne posto sotto processo.
Ci interessa invece spendere qualche parola su quanto accadde alla brigata di Arimondi e, in particolare, al 9^ Battaglione cui apparteneva Massimiliano.



Il generale Giuseppe Arimondi, comandante della 1^ Brigata di Fanteria.

Gli uomini di Arimondi, verso la metà mattina, combattevano sul Monte Rajo, una delle tante alture che costellavano quella landa desolata, tutta ricoperta di pietre.
Il contingente abissino comandato da Ras Maconnen, che da poco aveva annientato la brigata di Albertone, si rivolse ai soldati di Arimondi, arroccati in posizione sempre più precaria sul Rajo.
Consapevoli del disastro imminente, i nostri fanti, con grande spirito di sacrificio e senso del dovere, attesero l’arrivo degli abissini, in numero immensamente superiore.



Guerrieri abissini.

Lo scontro fu pesantissimo e, nell’arco di due ore, l’intera brigata fu sopraffatta e lo stesso Arimondi cadde combattendo. Massimiliano venne ferito ad una spalla da una palla di moschetto e cadde in mezzo a tanti compagni feriti o morti.
Si rifugiò in una buca del terreno lungo le pendici del monte e, poiché si rese conto che gli abissini uccidevano tutti i nostri soldati feriti che incontravano durante l’avanzata, prese un soldato morto e lo trascinò sopra di sé, all’imbocco dell’anfratto.
Questo stratagemma gli salvò la vita e, diverse ore dopo la fine della battaglia, uscì dal provvidenziale rifugio e raggiunse, ferito e dolorante, la strada carovaniera che passava ai piedi del Monte Rajo.
Più tardi incontrò un indigeno che, impietosito, si offerse di condurlo ad un posto di medicazione appena allestito presso Adigrat.



Soldati italiani feriti ad Adua, fotografati al posto di medicazione di Adigrat.



Ritratto di Massimiliano Bono.

Due soldati italiani scampati ad Adua. I soldati italiani caduti ad Adua furono circa 4.600, altri 500 (tra cui il nostro Massimiliano) vennero feriti e 1.700 furono fatti prigionieri e trasportati nella regione dello Scioa.
Massimiliano, dopo un breve periodi di cura, venne fatto rimpatriare.
Nessuna cerimonia, nessun festeggiamento, nessun grazie ci furono per questi poveri soldati che, pur se di gran lunga inferiori numericamente, si erano battuti eroicamente contro un nemico soverchiante.
Al nostro Massimiliano venne consegnata la medaglia commemorativa della Campagna d’Africa e, magra consolazione, poiché era stato ferito, il suo nome comparve su una lapide che il Comune di Bergamo, con Deliberazione consiliare del 20 dicembre 1897, fece realizzare e posare nel cortile del Museo del Risorgimento, in Città Alta, dove tutt’ora si trova, per ricordare i bergamaschi morti o feriti ad Adua.



Medaglia commemorativa della Campagna d’Africa.



Lapide ricordo dei bergamaschi morti o feriti ad Adua: il nome di Bono Massimiliano compare in alto a destra.

Chissà se Massimiliano avrà saputo di questa lapide perché, qualche tempo dopo il congedo, emigrò in Brasile in cerca di un lavoro.
Morì nella città di Dourado, nello Stato di San Paolo in Brasile, il 15 dicembre 1962.

Ringraziamo il pronipote Alex Garcia, residente in Brasile, per averci fatto pervenire il ritratto del bisnonno oltre ad alcune notizie tratte dai ricordi di famiglia.